martedì 1 novembre 2011

Forty

Ho perso confidenza con la scrittura.
Le giornate sono un insieme di tempi contingentati, pensieri sgocciolati, momenti compressi.
È quello che succede quando arriva il tempo dell'azione.
Diversi padroni, troppi cavalli da cavalcare; ci si dedica al surf di superficie, agile e sborone, si rimandano le immersioni piú profonde.
Questa stanza resta chiusa.
Momentanemante rada.
Vuota quasi da sembrare adombra.
L'Italia finisce di affondare, la Spagna "speriamo che se la cava", i progetti hanno il carburatore allargato, la famiglia è la big wave.
Si vive all'erta con i muscoli in tensione; bisogna andare davvero lontano per staccare ogni contatto e riscoprire la vita involontaria, i pensieri indifferenti, i movimenti inevitabili.
Volevo gettare il corpo nella mischia.
Arriverá l'estate, l'inedia, la risacca placida e con essa ritornerà il momento di mettere ordine e (soprattutto) buttar via, l'enorme quantitá di materiale umano che sto accumulando, avido, in questi anni strigliati addosso al corpo.
Per il momento affanno, divincolo, mordo l'ambizione dei miei anni, conscio delle strade che mi si chiudono davanti, ormai rapidamente.
Devo fare in fretta.
Tra quasi un mese, ho ancora 40 anni.

mercoledì 22 giugno 2011

Cose, Vita

Cari ragazzi,
Crescervi è una fatica, è innegabile.
Mantenere i nostri lavori, cercare di migliorare le nostre condizioni di vita, crescere noi professionalmente ed allo stesso tempo rispondere alle vostre esigenze, che sono tante, giuste e pressanti, pare alcuni giorni uno sforzo sovrumano.
Trovare tempo per se stessi, utopia pura.
Poi peró ci sono gesti e cose che siete capaci di fare, che cancellano d'un tratto tutto, come se la fatica non fosse altro che una patina superficiale e ridicola.
Oggi Cristiano ti sei girato e hai voluto vedermi andar via con la moto, mentre mi salutavi con la mano; ed hai solo due anni e mezzo.
Invece Marcello ti sei svegliato con un sorriso in bocca e una felicitá incondizionata che sono incapace di trovare in nessun essere adulto.
Tutti insieme siamo stati in piscina.
Quella dei grandi.
Eravamo noi 3 senza mamma.
Cristiano dentro una ciambella, Marcello con i braccioli.
Tutti felici.

Ho perso cose di me per strada.
Ma manco saprei dirvi cosa :)

giovedì 26 maggio 2011

Sotto #1

Mi pare di percepire sacche vuote se mi volgo al fondo.
Sará la stanchezza.
Ascesa sociale, sfida professionale, prioritá filiale, responsabilitá familiare, lasciano per strada, nella loro corsa innescata, parti di me che faccio fatica a ritrovare.
Negli odori di primavera c’è una fatica che non conoscevo.
Una parte si è smarrita l’altra.
Quale non sapró mai.

Il tempo è l'unico datore di lavoro esigente che mi resta

giovedì 21 aprile 2011

Un gioco della follia

Ho chiuso.
Mercoledi 27 aprile sará il mio ultimo giorno come dipendente o manager Fiat.
3 anni e 3 mesi qui a Madrid, quasi 5 e mezzo in tutto.
C’est finì. L’ho deciso io.
Non crescevo piú e ho quasi 40 anni, non c’è molto altro da aggiungere.
Non so se sono spaventato, ma di sicuro mi faceva piú terrore perdere altri mesi, altri anni, appresso ad un’azienda che non sa piú scovare il valore, che non buttarmi a nuotare in mare aperto con le mie braccia.
Io conosco solo il mare aperto.
E anche se adesso sulle spalle ho 3 persone in piú, non so smettere di nuotare.
L’ho fatto nel 99, l’ho rifatto nel 2005, e lo faccio adesso.
Si prende la rincorsa e ci si tuffa.
Si vede che i miei cicli devono durare 6 anni.
Prima che sia io stesso a reciderli di netto con un gesto che non cerca morbidezza in caduta.

Sono un po’ confuso (gli anni passano per tutti...), ma la libertá è una bestia che si conquista, come una donna, non te la spediscono per corrispondenza.
Non arriva un commesso viaggiatore a regalartela con l’acquisto di un’aspirapolvere; la libertá è una frustata che dai a te stesso e alla vita, per evitare di addormentarti e finire a morire su un binario morto prima della morte.
E Fiat era un binario morto ormai.
Mamma Fiat ti dá tanto: riconoscimento, status, inviti alle feste, sorrisi, prossimitá.
Perderó molto di tutto questo ne sono certo, ma ho la necessitá fisica di esplorare tutto l’esplorabile, di mettere alla prova le mie capacitá “strecciando” la sorte come un elastico per vedere fin dove puó mai arrivare.
Se mai esiste un posto finale non era questo.
Se mai esiste un finale, preferisco scriverlo io.

Ricominciare a 40 anni significa molto probabilmente rischiare in proprio.
Avere il coraggio di misurare il proprio talento, le proprie abilitá, tra chi ha le branchie di nascita.
Significa misurarsi nel nuoto senza braccioli.
Imparare a non avere panico nella tempesta.
Aspettare i flussi, lasciarsi trasportare, guidare, lasciarsi guidare, per godere dei doni della risacca di tanto in tanto.
Se sei fortunato e forte.
Significa non essere mai stanco, forse.

La vita ha questo di bello
C’è una strada.
Ma hai tanti bivi di continuo.
Hai una strada ma ci sono sentieri non battuti tutto intorno.
Hai il tuo percorso asfaltato davanti, ma lo hanno disegnato altri per te.
Io posso ancora scegliere e grazie a dio, alla mia etá, di percorsi alternativi è pieno il mondo.
Nessuno peró senza rischi.

Ma io non avevo alternativa.
In veritá non ce l’ho mai avuta.


martedì 1 marzo 2011

Senza navigatore

http://www.youtube.com/watch?v=_bANQ2wWs6g&feature=player_embedded#at=16

Una volta, saranno stati 20 anni fa, ho visto Bartali.
Vivevo a Firenze, mi ero appena iscritto all'Universitá, mi muovevo in bici.
Passavo da Piazza San Marco ed ho visto Gino Bartali in bicicletta.
Bartali io l'avevo solo visto in bianco e nero, accanto a Coppi, in altri, lontanissimi tempi, quelli di mio padre, dei miei nonni.
Ed adesso stava lì, a pochi metri da me... in bici.
Avrei voluto sprintare con lui, avrei voluto piangere.
Restai fermo, imbambolato: avevo visto Bartali.
In bici.

Come se gli angeli fossero lì... è tutto possibile.

Io l'Italia l'ho amata e poi l'ho vissuta.
Ho vissuto l'Italia e ho vissuto gli italiani.
Adesso è un altro tempo.
Ma io lo so che cos'è questa Italia.
Io lo so chi è Pino Daniele, Venditti, Ligabue, Vinicio Capossela, i Subsonica, i Marlene, gli After, De Andrè.
È la carne mia.

giovedì 24 febbraio 2011

Un oltremare di sandali sfondati

Un popolo piú degno del nostro, un popolo affamato e senza speranza, un popolo giovane (ma non per questo viziato) preme alle porte del mare.
Vivo, coraggioso, insolente, si lascia massacrare per reazione al potere, vomita la propria speranza in faccia al demone di turno, offre in sacrificio la propria carne fresca, il proprio sangue intatto, in nome della libertá.
Quella vera.
E noi, sconcertati, pigri, grigi e incapaci, l’unica cosa che siamo in grado di fare è.. “aver paura”, rimbalzarci la palla, convertirci in “carcerieri di viaggiatori colpevoli di viaggio”.
Carcerieri impotenti di quei figli che l’orizzonte “ci rovescia a sacco”
Vecchi, inetti popoli europei.
“Eppure lo sapevamo anche noi...”

Mi si scherniva una volta chiamandomi nord-africano
Non mi si schernisce piú


mercoledì 23 febbraio 2011

La terra Naranja



“Marcello guarda, La Sicilia!”
Mentre l’aereo si abbassa, il mio primogenito allunga il collo verso la terra che si fa ogni secondo piú grande.
Nel silenzio della notte, la misura della terra è data dalle luci arancioni sulle strade che circondano l’aereoporto.
“La Sicilia è naranja” mi fa lui e per un attimo mi immergo nei ricordi di bambino, quando con l’auto percorrevamo l’Italia in su e in giú e con gli occhi chiusi e l’anima fluttuante, mi abbandonavo al tepore del viaggio nei sedili posteriori.
Le luci naranja colpivano a intermittenza le mie palpebre serrate agli incroci o in galleria e mi restituivano sensazioni di avventura, libertá e spazio illimitato.
E storie e sogni.
Le generazioni si alternano, le nostre storie cambiano.
Le luci arancioni da sotto, le luci naranja da sopra.

Le emozioni che abbiamo vissuto noi padri, non sono migliori o peggiori di quelle dei figli, ma solo incredibilmente differenti.
Vorrei regalarle loro a custodia di un mondo diverso scaricandole come si fa con un pen drive.
Ma moriranno con me e me stesso.
Trovo che sia di una solitudine ferale...